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L'inutilità della dialettica

sotto il maledetto rumore un'altra voce, un altro nodo. mi connetto al suo mondo, per vederci meglio in questa confusione. mi restituisce in output un pensiero irriverente che metto a disposizione di chi legge:

Innanzitutto rivolgo a tutti cordiali saluti; sono uno studente della facoltà di scienze politiche. Probabilmente dovrei scusarmi in anticipo ( e lo faccio) con il propositore di questa discussione, in quanto la lettera-astratta, mia opinabilissima riflessione, insiste sull’interpretazione più restrittiva- ed esplicitamente sconsigliata- del tema: l’uomo e la donna (o viceversa).

Tuttavia penso che, allo stato attuale, sia opportuno riflettere, chiarire e chiarirsi sul mondo delle cose prima di volgere lo sguardo alle idee pure.


Alla Cortese Attenzione delle Autorità Ecclesiastiche di Ogni Religione (Oppure, in Alternativa, Direttamente all’Altissimo)!


Ogni società vive e si evolve nel perseguimento di un interesse-vantaggio che, tuttavia, è sempre legato al vantaggio immediato ed egoistico di ogni singola cellula del sociale.

Questa constatazione rileva un peccato originale ed, al contempo, un coerente e chiaro punto di partenza per qualsiasi possibile, futuribile, optimum convivere. Vorrei trattare un tema delicato ed apparentemente controverso; vorrei dimostrare l’inutilità della dialettica obbligatoriamente contrapposta; vorrei, scrivendo, riflettere e conoscere meglio il fenomeno più importante che Dio, la Natura, ha(nno) imposto all’umana umanità (e non solo: anche a quella disumana ed agli animali); vorrei riflettere sulla famiglia… la famiglia… fondata sul matrimonio, certo… tra un uomo ed una donna, certo… è cosa buona e giusta.

Storicamente la famiglia è tale da ricomprendere tanto i lignaggi sanguigni quanto, dopo il ritorno e la volontaria sottomissione, i “famoli”, clienti, soggetti e sottoposti al prevalente diritto del sangue e che però, nella dialettica figura hegeliana del servo\padrone, son riusciti a dare il nome a questa istituzione.

In un cartone animato si affermava, coraggiosamente, “famiglia vuol dire che nessuno rimane fuori”; famiglia vuol dire affetto, sentimento, istinto d’amore e protezione reciproca, fratellanza, tolleranza, disponibilità; valori religiosi, cristiani… certo, ma anche valori umani, se non altro di quella umanità potenziale che nel nucleo dell’uomo (e, soprattutto, del bambino) la fa da padrona.

Concretamente, la famiglia è fondata sull’unione di un uomo ed una donna che, inizialmente egoisticamente e all’abbisogna, si attraggono, si cercano, si trovano e solo poi si sentono stretti da un misterioso legame di gioia e candore, puro e buono, altruista e cosciente. Ma sono i poli cattivi e perversi che inducono alla ricerca del buono, così come è la società malata che ci può far pensare e poi aspirare ad una società migliore1.

Io sono un famolo, soggetto, dipendente (almeno economicamente) e “schiavo” dei miei padri; sono l’ultimo arrivato, il povero, il debole e vinto che, in base alla legge della natura, può solo soccombere. Eppure io sono il vincente; sono considerato dai miei padri il principe e re; mi vogliono bene e farebbero tutto per me; io detto i tempi e comando le azioni; e di contro anch’io ho un’irrefrenabile voglia di servire sempre, anche se poi, alla fine, finisco per essere sempre servito.

Questa è la famiglia; quante belle qualità. Niente nel vivere associato può avere più forza di questa, niente può protendere a qualcosa di più bello, di più puro, giusto… perfetto!

E allora, fondata sul matrimonio, sul contratto, sulla disponibilità o sulla fiducia; tra un uomo ed una donna, tra due donne, tra un arabo ed un israeliano, perché limitare questa forza potenziale in grado di redimere la cattiveria dell’uomo, perché fossilizzarsi sull’unico Dio dall’unica Verità, perché non provare ad estendere e coltivare al massimo i legami positivi nella speranza che ciò costituisca linfa benigna dell’albero della vita?

Io vorrei sposarmi… con una donna… ma questi sono i miei istinti migliori… e vorrei che la società mi concedesse il diritto di coltivarli e raccoglierli; è solo così, raccogliendo i miei, posso nella gratitudine e nella gioia riconoscere, tollerare, amare gli istinti degli altri… che hanno pari dignità dei miei, sono egualmente giusti o sbagliati, sono egualmente fonte di un vivere assieme tanto inevitabile quanto potenzialmente bello.

E allora mi chiedo, perché se un tumore dovrebbe essere accettato (forse giustamente) come una grazia ed una prova del Cielo (dal singolo e dall’uomo)… l’omosessualità dovrebbe essere satana in fieri?

1 …e qui si offre cosa degna di riflessione per intendere quanto gli uomini dello stato ferino fossero stati feroci e indomiti dalla loro libertà bestiale a venire all’umana società: che, per venir i primi alla prima di tutte, che fu quella de’ matrimoni, v’abbisognarono per farglivi entrare, i pungentissimi stimoli della libidine bestiale e, per tenerglivi dentro, v’abbisognarono i fortissimi freni di spaventose religioni, come sopra si è dimostrato. Da che provennero i matrimoni, i quali furono la prima amicizia che nacque al mondo. Gianbattista Vico, La Scienza nuova, lib. II, sez. IV, cap. I.


CV

Pubblicato il 30/10/2008 alle 14.27 nella rubrica diario.

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